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Per la critica del capitalismo

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Flávio Bezerra de Farias
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Dottorando in Scienze Economiche (Università di Parigi XIII). Professore all’Università Federale di Maranhão. Borsista CAPES (Brasile). Dirigente della CUT - Regione di Maranhão (CUT-MA)

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Le regole della società e la società regolata

Flávio Bezerra de Farias

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1. L’integrazione capitalista e la rottura proletaria

Negli anni ’70, sorge la “scuola francese della regolazione”, alla ricerca di una soluzione positiva alla “crisi del fordismo” (Aglietta, 1976). In effetti, i regolazionisti partono, soprattutto, dal liberalismo centrista keynesiano (Boyer, 1986), le cui regole statali e contrattuali pretendono di far funzionare la società come un carosello. Ciò esige, in particolare, un interventismo tecnicamente neutrale ed esterno alle classi sociali, che illustri bene l’aspetto ideologico del feticismo dello Stato (Farias, 1988; 2000). E, in generale, consideri gli altri attori politici (destra e sinistra), le altre scienze economiche (classiche e neoclassiche) e gli altri attori sociali (capitalisti e stipendiati) come parte dei poli tra i quali la regolazione si viene a frapporre. I regolazionisti vennero influenzati anche dal pensiero critico del dopoguerra, che mirava ad attualizzare la questione della relazione tra teoria e pratica (Marcuse, 1981), tra operai e capitale (Tronti, 1977) o tra struttura e storia (Balibar et alii, 1977). Nel 1959, un autore marxista fece la seguente osservazione paradigmatica:

“Come ogni metodo scientifico serio, lo strutturalismo non è una chiave universale, ma un metodo di lavoro che richiede lunghe e pazienti ricerche empiriche e che deve, nel corso di queste, essere perfezionato e preparato. Esiste, senza dubbio, una dialettica delle relazioni tra le ricerche empiriche e le idee generali; intanto non bisogna scegliere con tanta facilità la priorità delle prime e la loro indispensabile funzione in ogni lavoro scientifico degno di questo nome.” (Goldmann, 1980: 117).

La scuola della regolazione ha imparato la lezione da certi critici maestri-pensatori che non credevano molto più sensato utilizzare un’“analisi concreta” (marxista) nell’esame della “situazione concreta” (taylorista, keynesiana e fordista), con l’esperienza “gloriosa” dell’espansione del capitalismo tardivo (1945-1975). Così, la diversità delle forme di relazione tra il capitalista ed il salariato dovrebbe essere appresa attraverso un “polimorfismo della ragione e dell’immaginazione” proprio dell’“idealismo epistemologico” che andava di moda per quella congiuntura (Vadée, 1975). Per quanto riguarda la lezione dello strutturalismo, sarebbe giusto “combinare” il marxismo con la “pratica scientifica più recente” (cibernetica, biologia, termodinamica, teoria dei sistemi, etc.) [1] per capire, nella modernità attuale, “la condizione fra le strutture” (Godelier in Blackburn et al., 1982: 330), come la forza che regola i meccanismi fisici e simbolici che gli sono propri. Per la corrente dello storicismo, “nessuna socializzazione, né lo stesso conflitto, è esclusivamente una forma di lotta, perché allo stesso tempo è una forma di unione.” (Freund in Simmel, 1992: 13). Oltre a ciò, le relazioni del sistema economico attuale non si sviluppano dando vita alle stesse contraddizioni e, pertanto, le relazioni corrispondenti non assumono gli stessi profili (Coriat, in Vincent et alii, 1994: 101). Così, le analisi in termini di regolazione si ispiravano a modelli di riproduzione (come quello di Bourdieu & Paseron, 1970), dove l’intenzione critica non era esente, perciò includevano una revisione del marxismo alla luce dei nuovi movimenti sociali, generalmente e tatticamente negando l’“analisi concreta”, a favore di una teoria sulla “relazione della politica con la trasformazione delle “condizioni” o delle “strutture” storicamente diverse, ma non meno determinanti, dell’economia e non meno esterne all’istituzione politica” (Balibar, 1997: 29).

I regolazionisti della fase depressiva del tardo capitalismo (a partire dal 1975) sono abbastanza vicini al pensiero gramsciano nell’utilizzare le categorie storiche e, pertanto, nell’evidenziare la specificità delle forme sociali della modernità in atto. Perciò, essendo storicisti, la affrontano anche come se la “situazione concreta” abbia negato l’“analisi concreta”. Sottolineano troppo la diversità storica e nazionale dei regimi di accentramento e delle funzioni dello Stato al centro e alla periferia. Studiano, cioè, il ruolo dello Stato senza aver definito la sua natura, o la sua funzione senza aver determinato la sua forma. Siccome promuovono la “storicizzazione” delle categorie e il fine di tutte fa riferimento all’universale, eliminano l’analisi generale della forma-Stato dalla problematica dello Stato. Per cui,

“[...] i diversi Stati dei diversi paesi civilizzati, nonostante le molteplici diversità delle loro forme, hanno tutti in comune il fatto che riposano sul terreno della società borghese moderna, più o meno sviluppata dal punto di vista capitalista. Ed è questo che fa sì che certi tratti siano loro comuni.” (Marx, 1975: 26)

In breve, escludendo l’elemento generale, i regolazionisti non elaborano il sillogismo di Stato, che viene considerato semplicemente come un essere sociale particolare e singolare. Generalmente, da ciò il risultato è un’analisi dal punto di vista scientifico delle esperienze politiche e, precisamente, un avvicinamento empirista la cui premessa è la negazione di tutte le leggi generali del movimento dello Stato in seno ad una totalità concreta, complessa e contraddittoria.

La lezione dei maestri-pensatori strutturalisti è stata appresa adottando la tesi marxista della supremazia dell’infrastruttura, svuotata, quindi, dalla realtà delle relazioni di produzione (Godelier, 1984. 11 e 34), della lotta di classe e, pertanto, della dialettica tra soggetto ed oggetto. Ora, “nella misura in cui ci avviciniamo alla struttura, non dando valore alla genesi, la storia e la funzione, per non parlare della stessa attività del soggetto, è evidente che si entra in conflitto con le tendenze centrali del pensiero dialettico” (Piaget, 1979: 97). Inoltre, Balibar ha di recente affrontato questo problema, non partendo dallo strutturalismo o dallo storicismo, ma partendo dal dialogo marxista:

“Marx pensa ad una politica la cui verità deve essere cercata, non nella propria coscienza di sé o nell’attività costituente, ma nella relazione che mantiene con condizioni ed oggetti che formano la sua “materia” e costituiscono, essa stessa, come un’attività materiale. Ma questa posizione non ha niente a che vedere con una liquidazione dell’autonomia dei soggetti della politica [...] In verità, accade il contrario: [...] la pratica politica marxista è una trasformazione interna delle condizioni, che produce come suo risultato (necessariamente, dal momento in cui viene effettuata, nella “lotta”) la necessità di libertà, l’autonomia del popolo (designato come proletariato) [...]. Le condizioni della politica sono caratterizzate come “base” o “struttura economica” della storia.” (Balibar, 1997: 28).

Alcuni marxisti, siano strutturalisti o gramscisti, affermano all’unisono che, poiché lo Stato ha dei vincoli organici con il capitale in generale e con numerosi capitali, bisogna fare il passaggio dalla critica dell’economia politica alla critica della politica (Balibar et alii, 1979). Tuttavia, i regolazionisti ignorano questi vincoli e questo passaggio, per esaminare soprattutto i fini sistematici dello Stato, in seno ai regimi di accentramento, tanto nella sua variabilità temporale e spaziale, quanto nella dinamica delle sue trasformazioni. Così, l’unica interpretazione del passato che gli interessa, di fatto, risiede nella tesi dell’integrazione dei sindacati e dei partiti operai ufficiali alle istituzioni dello Stato-provvidenza, avendo per motivazione l’impossibilità, attualmente, di autonomia politica per il movimento operaio. Dovrebbe essere poi considerata un’altra ipotesi:

“L’integrazione [...] non è solamente il risultato di un miglior tenore di vita e di un certo numero di conquiste sindacali, ma anche di una partecipazione attiva e quotidiana al processo di produzione e, implicitamente, al funzionamento della società capitalista. Il carattere oppositivo -culturalmente ed ideologicamente contestatorio- di questa integrazione mi sembra che si spieghi -e qui l’analisi geniale di Marx resta completamente valida- con il fatto che gli operai, non avendo niente da vendere all’infuori della loro forza di lavorare -e questo vuol dire, in ultima analisi, essi stessi-, dovrebbero necessariamente essere, sebbene a diversi livelli, ribelli alla ricollocazione, all’adattamento al mercato e alle trasformazioni dei beni di mercato.” (Goldmann, 1975: 177).

Invece di imparare i “limiti dell’integrazione”, supponendo che “una diminuzione dell’”abbondanza” regnante può ridurre a niente il consenso attuale” (Mattick, 1972: 198), e sfruttare questo lato anti-sistemico, i regolazionisti credono nella necessità concreta di un’azione statale razionale e volontaria -segnata da un certo paternalismo neo-gramscista (Vincent, 1998)- per difendere l’operaio massificato, come nell’utopia astratta di creare il socialismo per mezzo del compromesso di classe [2]. Non si apprenda quindi la lezione di uno dei suoi maestri-pensatori “operaista”, come:

“Il “Piano” del capitale nasce prima di tutto dalla necessità, per esso stesso, di far funzionare, all’interno del capitale sociale, la classe operaia in quanto tale [...] La socializzazione crescente della relazione di produzione capitalista non porta con sé la società socialista, ma solamente un potere operaio crescente all’interno del sistema capitalista.” (Tronti, 1977: 72).

Per i regolazionisti, senza il progresso sociale storicamente determinato con le caratteristiche del fordismo, non c’è progresso materiale nei regimi di accumulazione realmente esistenti, la cui crescita dipenderebbe dall’equilibrio tra la produzione ed il consumo di massa, che ha come premessa l’ampliamento ed il miglioramento tanto dello Stato sociale quanto delle negoziazioni collettive. Non hanno quindi appreso un’altra lezione di quel maestro-pensatore italiano, cioè:

“[...] una rottura rivoluzionaria del sistema capitalista si può produrre su diversi livelli dello sviluppo capitalista. Non si può aspettare che la storia del capitale abbia raggiunto la conclusione perché si possa iniziare ad organizzare il processo che porta alla sua dissoluzione” (Idem: 79).

La partecipazione dei membri della classe operaia ufficiale e dei suoi intellettuali organici nel compromesso storico della social-democrazia conferma la pertinenza del seguente avviso: “quanto più una classe dominante può accogliere nelle sue fila gli uomini più importanti della classe dominata, più la sua oppressione è solida e pericolosa.” (Marx, 1976: 555, L.III.). In questo senso, allora, Gramsci mai si è messo contro a Il Capitale. In base al bilancio di quel compromesso storico, l’albero della conquista di una certa intromissione del lavoro vivo nelle costituzioni occidentali non deve nascondere la foresta della sconfitta sul piano politico. Si tratta soprattutto di una sconfitta per il “sostituzionismo” della social-democrazia e dello stalinismo, cioè:

“[...] la sostituzione della classe lavoratrice indipendente come agente del mutamento e della trasformazione sociale con una determinata entità: partito, Stato, governo, parlamento e così via. Tutti questi sono utili ed, alle volte, sono strumenti indispensabili per l’emancipazione della classe operaia. Perciò devono restare subordinati ai movimenti reali dell’auto-emancipazione.” (Mandel, 1995: 6).

Radicata nel sostituzionismo, l’ideologia regolazionista diviene prassi attraverso i consiglieri dei partiti “social-democratici o comunisti” che

“[...] potrebbero aver successo solo nel quadro della democrazia parlamentare integrandosi in una competizione politica regolata tra grandi organizzazioni burocratizzate. Di fatto si sono adattati a democrazie parlamentari con componenti plebiscitarie, dove hanno assunto un ruolo eminente, direttamente o indirettamente, nell’inserimento del Walfare State, o dello Stato- previdenza. Sicuramente si sono trovati a dover affrontare importanti e significative lotte sociali e politiche, nella misura in cui queste modificavano le relazioni tra le forze e gli equilibri politici, ma quelle lotte termineranno sempre con compromessi e riaggiustamenti egemonici e non con radicali mutamenti politici e sociali.” (Vincent, 1998: 127) [3].

Invece di tornare a Gramsci [4], bisogna constatare che l’elemento elementare del pensiero di Gramsci sul blocco storico (Gramsci, 1987; Buci- Glucksmann, 1975) si trova negato in questa visione positivista del progresso, supponendo, in maniera implicita, che la lotta di classe non assume mai, in seno alla modernità in vigore, il suo ruolo di motrice e che è arrivata al finale della storia [5]. Questa visione regolazionista viene criticata in base ad una duplice prospettiva teorica: come crescita lineare che va verso la diminuzione o verso l’aumento, della continuità o della ripetizione; come crescita equilibrata, in una sintesi che esclude una polarità come produzione e circolazione, in termini di società politica e di società civile. Al contrario, si afferma l’esistenza di una dialettica dell’essere sociale i cui elementi non avanzano su tutti i fronti, né sono vantaggiosi su tutta la linea. Inoltre, la visione positivista che viene qui criticata riconosce una permanente rivalità, tra conflitti ed ambivalenze; tuttavia, vengono considerati passibili di regolazione, che suppone la scelta spontanea di un miglior compromesso di classe attraverso un ”sì” o un “no”. Pertanto, questa visione si unisce all’aleatorio strutturalismo, che, non essendo concernente allo Stato, rompe anche con la tentazione di un’analisi dell’essenza, ma senza mai rinunciare all’intenzione di riscattare le invariabili (Bourdieu, 1994: 107) [6].

L’esperienza iniziata nella seconda metà degli anni ’70 pone la ragione eclettica del regolazionismo (neopositivista, neo-operaio, neo-storicista e neo-strutturalista) di fronte ad una realtà paradossale, proposta nei seguenti termini:

“Nel momento del suo apparente trionfo, la democrazia parlamentare, con le sue componenti plebiscitarie e con lo Stato sociale, entra in crisi. Soffre precisamente l’indebolimento dello Stato nazionale nel quadro della globalizzazione e delle difficoltà incontrate dalle politiche di protezione sociale in un periodo di rallentamento economico.” (Vincent, 1998: 127).

2. Il bilanciamento dei conflitti e la mediazione delle contraddizioni

La ragione positivista dello storicismo strutturalista della scuola della regolazione è la negazione della logica dialettica del materialismo storico gramscista. Secondo l’esperienza attuale della globalizzazione, poichè il primo è critico e riformista, mantiene le vecchie dicotomie spaziali; poiché il secondo è critico e rivoluzionario, costruisce il nuovo ponte tra oriente ed occidente, tra il nord ed il sud, etc. Più specificatamente, il post- fordismo, le nuove correlazioni tra le forze sociali (in un quadro di competitività, flessibilità e globalizzazione) e la crisi dello Stato sociale sono esperienze che confermano la visione gramscista riguardo “la relazione che si instaura tra lo sviluppo del capitalismo durante la fase imperialista e la costituzione di robuste “riserve” borghesi della “società civile”.” (Catone, in Burgio & Santucci, 1999: 65) [7]. Così,

“Invece di cercare di comprendere le nuove forme di divisione del mondo, le frontiere attuali di radicalizzazione della storia, le figure contemporanee dello spirito di scissione e, successivamente, la linea e gli sdoppiamenti che intervengono nella fattezza dell’essere umano, viene acquisita passivamente l’idea dominante di un mondo, di una storia e di un uomo riuniti e appena divenuti più complessi.” (Tronti, 1998: 95).

L’era post-moderna trae, inoltre, fatti storici abbastanza duri in modo da far esaurire le energie utopistiche dei regolazionisti, favorendo la banalità e la perplessità, ogni volta sempre più presenti nel loro approccio tecnico - negando quindi il ruolo motrice della lotta di classe nella modernità in atto. Effettivamente, a causa dei mutamenti dello Stato, del lavoro e della democrazia, essi credono che questo ruolo venga assunto dalla tecnica. All’interno delle attività umane che obbediscono ad un progetto e ad un’idea (cioè, con intenti e strumenti), prevalgono quelle che hanno uno sviluppo materiale, il progresso sociale ed il progresso tecnico come oggetto, anche se quelle in relazione con quest’ultimo dovrebbero avere il primato. È stata elaborata (Farias, 2000: 90) la seguente figura per esprimere il positivismo che “concilia l’ordine ed il progresso” (Comte, 1987), in seno alla “società salariata” (Aglietta e Brender, 1984), cioè:

In particolare questa logica positivista a tecnicista non riesce ad esprimere il modo secondo il quale la “società salariale” verrebbe ad essere superata, inoltre non ha come fondamento le sue contraddizioni, ignorando il fatto che “tutti i sistemi storici (in realtà, tutti i sistemi) hanno contraddizioni interne, ragion per cui hanno vita limitata.” (Wallerstein, 1997: 69). Generalmente, i regolazionisti usano una dicotomia strutturalista, inizialmente al fine di separare, dividere e classificare il progresso come materiale, sociale e tecnico; successivamente, per individuare in esso differenze formali e gli elementi, i punti comuni e quelli di contrasto, quelli di unione ed i conflitti; infine, per esaminare tutte queste questioni in termini di regolazione, dando loro una risposta positiva o negativa (Lefebvre, 1975: 22). È in questa visione prismatica che i regolazionisti della politica considerano la società capitalista come un sistema dicotomico formato da elementi di lotta e di unione, con la supremazia di quest’ultima. Ciò presuppone una regolazione, una forma cioè secondo la quale l’unità si imponga attraverso la lotta tra gli elementi come intermediari (Lipietz, 1979: 36). È in questo prisma che vengono esaminate anche le relazioni tra i tipi di Stato, di famiglia e il tasso di crescita capitalista. Effettivamente, analizzano, da un lato, i progressi attinenti al campo economico, domestico e politico; dall’altro lato, ciò che rende possibile la coesistenza di questi ordini, cioè: il sistema della regolazione monetaria, giuridico ed ideologico (Thèret, in Boyer et alii, 1995: 191). Così il sistema della regolazione è un “habitus” (Bourdieu, 1979) o un sistema di norme e di regole adeguato al regime di accumulazione in vigore; o meglio, il sistema delle regolazioni corrisponde ad un progresso unitario, stabile e compatibile della produzione e della circolazione, dell’accumulazione e del consumo (Lipietz, 1985: 15- 16). Del resto, quando spiega la sua metodologia, Lipietz orienta questo stesso scetticismo regolazionista contro le leggi che ordinano il modo di produzione capitalista e l’imperialismo. Paradossalmente, Lipietz (1985: 20) considera lo stesso Lenin (1982) come un precursore della teoria della regolazione. Intanto, lo storicismo regolazionista di Lipietz è, sotto certi aspetti, semplicemente una deformazione “radical-riformista” (nel senso habermanista del termine) del metodo storico usato da Lenin.


Gli approcci tecnici negano le leggi generali del movimento del capitale, per affermare il primato della crisi relativamente alla riproduzione del capitale. Paradossalmente lo fanno con il pretesto di prendere le distanze in relazione alle loro origini strutturaliste (Aglietta & Brender, 1984). Tuttavia, proprio sul livello di astrazione in cui si situano, bisognerebbe esaminare il ruolo delle condizioni tra capitale e forza lavoro, e delle contraddizioni dell’accumulazione del capitale, definite dalle leggi della concorrenza e dalla tendenza alla variazione del tasso del profitto (Mattick, 1972; Husson, in Vincent et alii, 1994: 257 e ss; Hirsch, 1992). D’altro canto, prima di arrivare ai numerosi capitali e alle crisi, bisognerebbe passare, inizialmente, dai diversi livelli di astrazione delle relazioni capitaliste, per imparare le loro leggi, contraddizioni e mediazioni, nelle quali lo Stato si intromette. Senza fare questo passo, è semplicistico parlare di un regime di accumulazione senza il suo “scheletro” (o schema di riproduzione) e sostenendo certe mediazioni di uno Stato la cui natura è ancora indeterminata. Ora, la gestione statale non può essere esaminata solamente come la normalizzazione stabilita ex novo dal governo, come forma parallela ai numerosi capitali, quindi si tratta di una mediazione dello Stato prodotta, in primo luogo ed in maniera organica, nel contesto dell’unità e della lotta alle totalità concrete della semplice produzione mercantile, del capitale produttivo individuale e del capitale sociale. Bisogna comprendere questo prima di ogni considerazione sui numerosi capitali e sulla gestione statale della crisi.

Infine, i concetti marxisti di produzione, riproduzione e crisi si riferiscono nell’insieme alle entità sociali e storiche implicate nella lotta formata dagli elementi statali e capitalisti. Secondo la scuola della regolazione, tali concetti sono incapaci di esaminare questi elementi globalmente, dietro l’esperienza maturata nel periodo dei “Gloriosi anni Trenta”. Da allora questa realtà storica avrebbe dovuto essere concepita come un equilibrio di tensioni tra due momenti ambivalenti, normalizzazione e produzione, i cui fini sono, rispettivamente, il progresso sociale ed il progresso materiale. Queste tensioni sarebbero venute da un interfaccia dinamico: le innovazioni, che hanno come oggetto il progresso tecnico. La chiave di questo superamento astratto del marxismo da parte del riformismo radicale e del capitalismo da parte della società salariale è, senza dubbio, il concetto della regolazione. Questa nozione, vista dalla prospettiva tecnicista, significa che il progresso tecnico si può convertire in progresso sociale. Ciò, evidentemente, solo come una possibilità; tutto dipende dalla creazione di meccanismi che fanno da mediatori e dalla loro efficacia come regolatori (Aglietta, 1998: 58). Dalla prospettiva politica, la regolazione esprime le pratiche delle forme istituzionali in un tutto complesso e stabile, per assicurare la riproduzione simultanea e articolata degli ordini sociali (Thèret, 1992: 58). Così, come c’è autonomia relativa dello statale di fronte all’economico e come le relazioni tra questi ordini sono organiche, non esiste riproduzione di un insieme senza regolazione, che nasce lì come fenomeno puramente immediato o casuale (Idem: 17). La categoria della mediazione, al contrario, venne presentata nella maniera seguente, con la sfaccettatura marxista:

“La categoria della mediazione come asse metodologica per oltrepassare la semplice immediatezza dell’esperienza non è, quindi, qualcosa che verrebbe importato dall’esterno (soggettivamente) negli oggetti, non è un giudizio di valore o un dovere che andrebbe ad opporsi al suo essere, è la manifestazione della sua stessa struttura oggettiva.” (Lukàcs, 1976: 203).

Bisogna andare oltre le rivalità e i conflitti che si manifestano sulla superficie dei fatti sociali, per analizzare le leggi e le contraddizioni nell’essenza stessa dell’essere sociale e per apprendere i poli che sono impersonati dagli individui con interessi inconciliabili -le cui mediazioni non sono “regolate”, nel senso che l’unità relativa che risulta dal processo è soltanto transitoria, temporanea e soggetta a condizionamenti. In compenso, c’è qualcosa di assoluto nello sviluppo di forme di esistenza nella lotta senza condizioni, definitiva e ad oltranza (Lènine, 1973: 344).

3. La riforma capitalista e la rottura di classe

In termini politici, considerare le mediazioni delle contraddizioni del capitalismo come “regolatrici” non vuol dire aderire al progetto gramscista, ma al progetto positivista della social-democrazia. Ciò corrisponde ad affermare che, nell’era moderna attuale, da un lato, esiste sempre la possibilità di un compromesso di classe; dall’altro, le relazioni istituzionali e riformiste tra capitale e forza lavoro sono eterne. Intanto, negli anni ’80 e ’90, il progetto della sinistra social-democratica ha molto ridotto il suo riformismo radicale di fronte alla “perdita di influenza dei partiti di massa”, la quale si manifesta con la diminuzione delle adesioni e con l’infedeltà da parte dei suoi elettori (Vincent, 1998: 127). Attualmente tali partiti

“[...] non possono più funzionare come prima, perché il personale di cui disponevano prima comincia a mancargli. Non trovano più facilmente militanti, quadri intermediari, o finanche semplici membri. Raramente sono avvolti da una simpatia diffusa, e la loro immagine pubblica è, generalmente, mediocre. Sempre più di frequente, si rivolgono a professionisti chevendonoi loro servizi e non si riconoscono nei concetti del mondo totalizzante. Di fatto devono appoggiarsi ad istituzioni statali e para-statali, ciò falsifica le relazioni di rappresentazione politica. Effettivamente, da allora, i partiti trovano difficoltà a ordinare e trasmettere verso l’alto le rappresentazioni formulate dalla base [...] e riesce loro ugualmente difficile far accettare l’orientamento istituzionale ufficiale a quelli che loro rappresentano. Così, le varie ramificazioni della rappresentanza si distendono pericolosamente, lasciando intere zone distaccate dal campo politico.” (Idem: 129).

Durante l’esperienza della crescita fordista, le organizzazioni sindacali di massa garantivano ai loro affiliati, in termini relativi, sia l’aumento del potere d’acquisto sia la salvaguardia del presente rispetto ai rischi del futuro. Tuttavia, esisteva un’ostruzione politica una volta che “le organizzazioni di massa della classe operaia venivano bloccate, impedendo di andare oltre a ciò che già avevano raggiunto, corrispondendo non gli interessi della propria classe, ma, al contrario, quelli dei suoi leader conservatori, cioè la burocrazia sindacale.” (Mandel, 1995: 6-7). Attualmente, le promesse fordiste hanno perso l’efficacia integratrice, di modo che si sta producendo una riduzione del tasso di sindacalismo in tutta Europa (ad esempio, in Francia si è passati da un 41,8% dagli inizi degli anni ’50, al 10,9% nel 1994) (Revelli & Tripodi, 1998: 7). Tra le altre piaghe, il tasso di disoccupazione nei paesi centrali non è il risultato di una crisi passeggera del modello di sviluppo. Oltre a questo,

“La nozione di “lavoro-mercanzia” (come il suo corollario, il “mercato del lavoro” ed il suo clone “le risorse umane”) controlla ancora il pensiero economico contemporaneo degli Stati capitalisti e delle loro agenzie internazionali (FMI, Banca Mondiale, OCDE, GATT/OMC, etc.). Fino ad oggi si fondano su pratiche salariali debilitanti, i cui effetti si ripercuotono sulla demografia su scala mondiale.” (Meillassoux, 1997: 6).

Così, d’accordo con le notizie dell’OIT, a fine 1998, nel mondo esisterebbero 150 milioni di disoccupati e 3 miliardi di sotto-occupati (OIT, 1998: 9). Nel corso del decennio che terminava in quell’anno, d’accordo ad una relazione della commissione dell’ONU che si occupava del commercio e della disoccupazione, il tasso di crescita media annuale dell’economia mondiale, purtroppo, non aveva superato il 2% (Chesnais, 1998: 81). Nella seconda metà del XX secolo, il Prodotto Interno Lordo per abitante divenne sempre più alto quello dei paesi sviluppati rispetto a quello dei paesi sottosviluppati (Latouche, 1998: 40). Il rapporto della Banca Interamericana dello Sviluppo (BID) sul “prodotto Economico e Sociale in America Latina -2000” (Aith, 2000:1, cap. 3) indica che, negli ultimi 50 anni, questa regione è rimasta sempre più lontana dai paesi ricchi. Oltre a ciò, la politica economica di recessione delle agenzie internazionali del Terzo Mondo cerca di evitare che l’aiuto ai bisognosi e ai disoccupati prendano la forma di incarico per le classi ed i paesi ricchi, ispirandosi a soluzioni che si basano su “leggi naturali” di Malthus (1983) -la cui logica morale ed economica riconosce solamente il diritto e la possibilità di sussistere a quelli che ne hanno le possibilità, discriminando ed escludendo i proletari disoccupati o sotto-occupati che diventano “popolazione in eccesso”, in accordo a tali leggi e alle leggi di sfruttamento degli uomini (Marx & Engels, 1978; Volpe, 1976). Pertanto, il malthusianesimo vincola il principio della popolazione alla produzione:

“Malthus suggerisce anche la ricerca, nell’economia, dei mezzi di agire più efficacemente sulla popolazione: l’azione a livello di consumo, sulle istituzioni volte alla manutenzione e alla riproduzione della vita fanno parte dell’arsenale utilizzato dagli economisti liberali; oggi sono coadiuvati in tutto il mondo dalle più potenti tra le agenzie internazionali: la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale.” (Meillassoux, 1997: 94).

Niente di tutto questo è incompatibile con il positivismo keynesiano, che potrebbe essere condensato nella formula: “ottimismo dell’intelligenza, pessimismo della volontà”. Così, è ottimista, sia nel conciliare lavoro e capitale, sia nel mirare all’“eutanasia” del provocatore, nell’esperienza del primato della produzione, perfettamente adeguata al fordismo (1945- 1975). Ma, è pessimista per quanto riguarda il “sotto-consumo”, con l’esperienza del primato della circolazione, che coincide di più con il post-fordismo (a partire dal 1975). Questo lato del keynesianesimo si unisce pertanto all’ideologia neoliberista dominante per rendere attuale il malthusianesimo come “una specie di catastrofe demografica unito ad un’attitudine, ancora abbastanza contemporanea, di rifiuto morale della povertà come qualcosa da dover essere attribuito ai “vizi” degli stessi poveri.” (Meillassoux, 1997: 85).

Oggi, d’accordo all’ideologia dominante, l’immagine più adeguata all’era post-moderna non è quella di una società capitalista che funzioni come un carosello, ma quella di una casa degli orrori (dove il controllo demografico viene fatto a causa di malattie, della fame e della morte), sulla cui facciata, scritto in alto, si trovi il familiare motto noe-liberale: “casa della razionalità economica, della competitività e del bilanciamento strutturale”. La somma di tutto questo “produce, necessariamente, una massa enorme di perdenti: gli esclusi, gli emarginati, i disprezzati. Questa “cultura” della performance è, allora, ipso facto una cultura del fallimento.” (Latouche, 1998: 106). Già nel 1993, d’accordo con il “Tribunale Internazionale del Popolo per Giudicare il G7”, stabilito a Tokio, le conseguenze del “Programma di Sistemazione Strutturale”, unito alla Banca Mondiale e all’FMI, furono le seguenti:

“Un acuto incremento della disoccupazione, una caduta della remunerazione del lavoro, un aumento della dipendenza degli alimenti, un grave deterioramento ambientale, un deterioramento nei sistemi volti alla salute della popolazione, un ristagno nelle ammissioni alle istituzioni educative, un declino nella capacità produttiva di molte nazioni, il sabotaggio dei sistemi democratici e la crescita continua del debito estero.” (Amin, 1997: 13).

Oltre a ciò, le riforme fiscali imposte al Terzo Mondo da quelle agenzie internazionali “proteggono le alte rendite, così come l’esistenza di corpi ausiliari dai salari elevatissimi (quadri in generale, alta amministrazione, etc), che contribuiscono al consumo di lusso indispensabile al mantenimento del mercato capitalista.” (Meillassoux, 1997: 92). La miseria, la disoccupazione e la precarietà dell’impiego sono, pertanto, il marchio della forma dello sviluppo contemporaneo, rappresentano cioè “il tratto strutturale della base socio-produttiva così come si trova il livello attuale del potenziale tecnologico e dei modelli organizzativi post-fordisti.” (Revelli, 1998: 174). In tali circostanze, dove il lavoro vivo viene eliminato dalle costituzioni e predomina la demografia malthusiana del lavoro, i partiti operai di massa che hanno avuto origine dall’esperienza fordista sono in via di estinzione. Oggi, aumenta sempre più l’ingombro dei loro rappresentanti nei governi, poiché esiste un problema di “personificazione statale” proprio dell’era post-moderna:

“Il capitalismo può funzionare solo perché ha ereditato una serie di tipologie antropologiche che non si è creato e che non avrebbe potuto creare da sé: giudici incorruttibili, funzionari integri e weberiani, educatori che si dedicano alla loro vocazione, operai che hanno un minimo di coscienza professionale, etc. Questi tipi non nascono e non possono nascere da soli; sono stati creati in periodi storici anteriori, in riferimento a valori allora consacrati ed incontestabili: l’onestà, il servizio allo Stato, la trasmissione del sapere, una bella opera, etc. Adesso viviamo in delle società dove questi valori stanno, pubblicamente e notoriamente, diventando ridicoli, dove conta solamente la quantità di denaro che si intasca, non importa come, o il numero di volte in cui si è apparsi in televisione [...]. L’unica barriera per le persone oggi è la paura della sanzione penale. Ma per quale motivo quelli che amministrano questa sanzione devono essere per forza incorruttibili? Chi vigilerà i vigilanti? La corruzione generalizzata, che la gente osserva nel sistema politico- economico contemporaneo, non è periferica o aneddotica, diventa un tratto distintivo, sistemico nella società in cui viviamo.” (Castoriadis, 1996: 68 e 91).

Senza un “personale” adeguato in uno Stato specificatamente sociale, senza l’“utopia di una società del lavoro” (Habermans, 1988), non c’è più energia politica per conquistare, riformare e perfezionare uno Stato sociale che, insieme al sistema contrattuale collettivo, regolerebbe i conflitti generati dallo sviluppo del capitalismo. Così l’Europa

“Costruita o gestita da governi socialisti, dal Trattato di Roma, è sempre stata una costruzione liberale, o meglio ultra-liberale, dominata dalla logica economica e, da qui in avanti, dai mercati finanziari. Per questo fatto, è pilotata dalle Banche centrali (principalmente dalla Bundersbank), dalle lobby delle firme multinazionali e dai tecnocrati di Bruxelles. Esisterà solo l’Europa sociale e cittadina se le forze vive e i movimenti più forti le daranno l’impulso.” (Latouche, 1998: 127).

Di fronte ai “pericoli” della globalizzazione contemporanea, Latouche assume una posizione regolazionista politicista e suggerisce le parole d’ordine “resistenza e dissidenza”, sottolineando che “c’è bisogno di costruire dei contro-poteri, imporre delle regole, trovare un compromesso”. Perciò, il suo “volontarismo utopico” (Idem) dovrà affrontare la durezza dei fatti, in un contesto in cui uno dei suoi vettori principali, l’ideologia del liberalismo centrista, poiché progetto politico operativo, attinge ampiamente la sua data limite negli anni ’70 -quando ebbe inizio il suo progetto di implosione, sotto l’effetto della crisi strutturalista del capitalismo. Intanto, prevale la “deregolazione” (Offe, 1996) ultra-liberale, che è il risultato di una “rivoluzione passiva”, iniziata dopo il 1968 (Hardt & Negri, 1995) e consolidatasi nella metà degli anni ’70, di modo che,

“La lunga “era progressista” è stata sorpassata già da tempo. Tutto, pensiero ed azioni, la ragione di massa e l’incoscienza dell’individuo, tutto venne marchiato dal timbro di una contro-rivoluzione diffusa. Nel leggere il destino del partito politico, si trova solo una parola: fine. La fine dell’idea di partito corre il rischio di portare con sé la fine dell’idea della sinistra. È contro il suo stesso destino che la sinistra deve lottare.” (Tronti, 1998. 95). Soprattutto quando non si vuole insistere nella personificazione dell’immagine togliattista del partito- intellettuale collettivo (Togliatti, 1977), che viene da Gramsci e forse è stata resa sorpassata.

“Al contrario, l’altra indicazione che dà Gramsci sul partito-Principe mi sembra che torni ad essere di grande attualità: così, malgrado tutto, siamo disponibili a leggere i segni contrari, e forse proprio per questo. La lezione del realismo politico dice alla sinistra che, adesso, deve remare contro l’epoca.” (Tronti, 1998: 119- 120).

Perciò, le due visioni gramsciste del partito, come intellettuale collettivo e come Principe, possono essere attualizzate senza promuovere l’isolamento o la parcellizzazione delle azioni culturali, economiche, sociali e politiche (Holdmann, 1975: 44- 45). Si tratta di una forma-partito agente di una nuova “unione della teoria e della pratica”, inizio di una “volontà collettiva” (Gramsci, 1988), orientata nel verso di “un’utopia concreta” del comunismo (Bloch, 1981; 1982), determinata dagli imperativi storico-politici della situazione concreta dell’era post-moderna (Jameson, 1997) e, pertanto, nel contesto di un’epoca “oscurata dal timore delle masse che coniuga l’immagine dell’assolutismo statale, o persino del controllo elettronico delle opinioni e della violenza rivoluzionaria o del terrorismo.” (Balibar, 1997: 98).

Davanti a queste manipolazioni, niente è più attuale della formula gramscista: “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. Così. “l’unico entusiasmo giustificato è quello che accompagna la volontà intelligente, l’attività intelligente, la ricchezza di inventiva in iniziative concrete che modificano la realtà esistente.”(Gramsci, 1977: 21). Felicemente, il capitalismo si trova di fronte alla sua più acuta vulnerabilità, all’attingere all’apogeo della sua potenza, non trovando nessuna via d’uscita fuorché il confronto con le masse delle classi subalterne, che hanno tutte le ragioni di essersi ribellate. Semmai il pensiero unico insista nel tentativo di

“Identificare assolutamente le opinioni, comprimendo l’individualità, può solo ripercuotersi su di sé: suscitando una reazione esplosiva. Questo perché si ignora che in pratica l’individualità non è una semplice totalità che si possa circoscrivere ad un discorso, in un genere di vita unico; sussiste sempre una molteplicità infinita di parti, di relazioni e di fluttuazioni che eccedono in tale progetto immaginario e terminano col sovvertirlo.” (Balibar, 1997: 96).

Nella visione prismatica individuale, si vive in un’epoca commemorativa dell’esempio di Sartre, che si è ribellato al capitale e ha denunciato l’attitudine conformista accentrata nell’ideologia “che non c’è alternativa” al mostruoso potere del capitale (Mészáros, 1995: 978). Infine, “per quanto siano deboli le possibilità della rivolta, è meno che mai il momento di rinunciare al combattimento!” (Mattick, 1972: 208).

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[1] In particolare, la “scienza che esplora le possibilità limite e la regolazione interna che è permessa ad un sistema, che sia fisiologico, economico, etc, malgrado un campo determinato di variazione nelle sue condizioni interne ed esterne di funzionamento.” (Goldberg in Blackburn et alli, 1982: 331).

[2] Uno dei principali motivi che hanno diretto la ricerca svolta da Gramsci nei Quaderni dal Carcere fu, precisamente, “l’esistenza di una “società civile” strutturata e complessa, dotata di solidi “quadri sociali”, di intellettuali organici della borghesia, in grado di organizzare il consenso, di dirigere le masse, per mantenere il dominio borghese [...]” (Catone in Burgio & Santucci, 1999: 65).

[3] Sull’influenza riformista della scuola regolazionista nel Partito Socialista Francese, si veda Vincent et alii (1994); e nel Partito Comunista Italiano, si veda Vacca (1997).

[4] Si tratta di una pretensione soprattutto dell’approccio regolazionista politicista. Cf. Lipietz, in Vincent et alii (1994); Théret (1992).

[5] Dal punto di vista politico ed ideologico, quelli che difendono la tesi del fine della storia assumono una posizione reazionaria e conservatrice. Dal punto di vista teorico, non indicano il passaggio logico di tutta la concezione del mondo alla morale che gli è adeguata, di tutta la contemplazione all’azione nel senso di trasformare lo stato delle cose esistente (Gramsci, 1987. 54-55).

[6] Coriat (in Vincent et alii, 1994: 101 e ss) esorcizzò, comunque, la ricerca delle invariabili.

[7] Si veda anche Gill (1994).