L’evoluzione del debito e la rinegoziazione, nel contesto della situazione economica attuale e futura

Miriam Fernandez Baquero

1. Introduzione

Alla fine del 2001, nel bel mezzo della più grave crisi della sua storia, l’Argentina decretò la cessazione dei pagamenti in quello che è stato considerato il maggior default finanziario degli ultimi anni. Nel paese crollava l’attività economica, il prodotto per abitante scendeva a livelli inferiori a quelli di un decennio prima e la moneta perdeva un terzo del suo valore. Si presentavano, in tutta la loro gravità, i ritardi sociali acuiti dalla crescita degli anni novanta: la povertà, la disoccupazione e la tendenza al ribasso dei costi lavorativi. Aumentava, di conseguenza, la conflittualità sociale e politica, fino ai gravi scontri sociali nel dicembre del 2001, che hanno provocato la caduta del governo di Fernando de la Rùa.

A seguito delle politiche neoliberiste applicate nel paese, l’indebitamento estero continua ad aumentare. Inoltre, nel caso argentino, vale la pena ricordare la tesi dell’informazione asimmetrica: quella ricevuta dai titolari del debito e dai risparmiatori del paese sull’evoluzione dell’economia. In realtà sono stati diretti fondi verso titoli con alti rendimenti, titoli di un paese la cui capacità di pagamento era in continuo deterioramento. Per questo, una parte di responsabilità ricade sulle banche e sulle strutture finanziarie che non sono riuscite a prevedere quelle conseguenze che alcuni definiscono come sorprendenti ma che, in realtà, erano prevedibili.

L’attuale Presidente, Nestor Kirchner, ha sottolineato recentemente, in un discorso alle Nazioni Unite: “Ci facciamo carico, come paese, di avere adottato politiche sbagliate che hanno portato a questo punto il nostro indebitamento. Però reclamiamo che quegli organismi internazionali che - con l’imporre queste politiche - hanno contribuito, incoraggiato e favorito la crescita di questo debito, assumano la loro parte di responsabilità. Risulta quasi un’ovvietà segnalare che quando un debito acquisisce tale grandezza, la responsabilità non è solo del debitore, ma anche del creditore”.

Oggi si vede un certo recupero. L’Argentina, ricca di risorse naturali e umane, con eccedenze per quanto riguarda gli alimenti e l’energia e con una riconosciuta capacità materiale e umana, basa la “capacità di reagire” sull’utilizzo delle sue risorse e il dinamismo esportatore, principalmente nel settore agricolo, oltre che su alcuni settori industriali che sostituiscono le importazioni, favorite dalla svalutazione. Allo stesso modo aumentano i consumi interni e gli investimenti nazionali, tenendo conto che il paese è messo al bando dal mercato dei crediti internazionali.

Sono significativi i termini proposti dall’Argentina nella negoziazione con i creditori privati, in particolar modo lo sconto del valore nominale del 75% (condono) e il non pagamento degli interessi accumulati a partire dal dicembre 2001. Il governo enfatizza lo “sforzo fiscale”, che significa destinare fondi del bilancio pubblico al pagamento del debito, stabilendo che i suoi impegni resteranno “entro i margini che le circostanze impongono, senza l’abbandono delle mete sociali”. All’esterno i termini proposti vengono qualificati come duri, all’interno prevale il “consenso” in quanto essi sono corrispondenti alle possibilità presenti, ma allo stesso tempo si dibatte sul futuro dell’economia e sulla necessità di disegnare azioni a più lungo termine per avanzare verso una crescita equa.

 

2. Evoluzione del debito estero fino alla crisi attuale

Il debito dell’Argentina è passato in 25 anni da 7.000 a 180.000 milioni di dollari. Si distinguono comunque diverse tappe, come faceva notare la stampa nazionale.

“Il debito estero è stata la causa per cui, negli ultimi tre decenni, l’Argentina non ha smesso di cadere. Isabel Peron è stata rovesciata quando il debito estero era di 7.800 milioni di dollari, che equivalevano a 320 per abitante. José Alfredo Martinez de Hoz cominciò un processo di depredazione produttiva in cui l’indebitamento superava la creazione di ricchezza. Aumentò le obbligazioni del 364% lasciando un’ipoteca di 45.100 milioni di dollari. Ora - 20 anni dopo Raul Alfonsin - ogni abitante deve quasi 5.000 dollari all’estero. Il debito è salito del 44% con Alfonsin, di un altro 123 % con Carlos Menem, del 9%, in appena due anni, con Fernando de la Rua, e dopo la svalutazione è cresciuto del 22%” [1].

Questa crescita, secondo l’economista emergente Aldo Ferrer, riflette “una situazione cronica instaurata da quando, con il colpo di stato del 1976, si è attuata una politica di indebitamento e subordinazione alla speculazione finanziaria” [2].

Nel cosiddetto “decennio perso” degli anni ottanta, il debito è passato da 27 milioni di dollari nel 1980 a più di 57.000 milioni nel 1989. In quegli anni si sperimentava una crisi iperinflazionistica che ha deteriorato la competitività e l’attività economica, mentre imperava nel paese la non conformità (inconfermidad) con la politica economica. Con l’ascesa di Carlo Menem, si stabilì il Programma di Convertibilità, che aveva come priorità il contenimento dell’inflazione e la ristrutturazione dell’economia e dell’apparato statale.

Nel 1991, la Legge di Convertibilità ha stabilito un cambio fisso con il dollaro nordamericano, conosciuto come cassa di conversione, che diminuiva le facoltà di emissione, per eliminare il finanziamento monetario del deficit. Allo stesso modo si stabilì la deregolamentazione dell’economia, l’apertura commerciale e finanziaria e la privatizzazione delle proprietà pubbliche (activos publicos) acquistati con titoli di debito estero. Nei primi anni si riuscì a frenare l’aumento dei prezzi e a incentivare la domanda, gli investimenti e i crediti, poi cominciarono ad avvertirsi gli alti costi economici e sociali che ne derivavano.

In quello stesso periodo, si fece chiara la vulnerabilità del paese di fronte ai fattori esterni, soprattutto le congiunture dei prezzi esteri e le crisi finanziarie di altri paesi. Il primo episodio è legato alla crisi finanziaria messicana del 1994, seguita da quella del Brasile, suo vicino e principale socio; poi le crisi del sudest asiatico nel 1997-1998 e della Russia nel 1998. Tutte queste crisi hanno influito sulla riduzione dei flussi di capitale e sull’aumento di rischio dei titoli.

Negli anni novanta, nell’ambito del Piano Brady, l’Argentina ha rinegoziato il debito estero - a medio e lungo termine. Con questo accordo si è ridotto sia il totale del debito che gli interessi e una buona parte degli arretrati sono stati finanziati con le emissioni di buoni. Durante gran parte degli anni novanta, il paese veniva considerato come un modello di riforme, con una crescita annuale media del 6% tra il 1991 e il 1998, raggiungendo gli 8.500 dollari pro capite (il ciclo si interruppe brevemente nel 1994-1995).

Senza dubbio, già prima della grande crisi, che si manifestò a partire dal 1998, si discuteva dei punti vulnerabili del modello, cosa che pare avere influito sulla enorme disponibilità finanziaria e immobiliare che gli argentini andavano accumulando all’estero per proteggersi, una somma che va dai 140.000 ai 170.000 milioni di dollari. Soltanto nel 2001 sono usciti dal paese 13.000 milioni.

 

L’indebitamento in un ciclo di forte crescita e indebitamento estero 1990-1998

Si parlava di “fondamenti macroeconomici solidi” in Argentina e molti studiosi avvertivano l’aumento degli squilibri strutturali: uno dei più trattati era quello fiscale, erosione delle entrate tributarie e aumento delle spese pubbliche oltre ai pagamenti del debito pubblico, che cresceva di anno in anno. Il debito - nazionale, provinciale e municipale - veniva coperto con le agevolazioni di crediti (facilidades de créditos) e la collocazione di titoli pubblici.

Allo stesso modo veniva sottolineato lo squilibrio commerciale, i livelli di crescita e l’aumento della capacità produttiva incrementavano le importazioni, senza che ci fosse una corrispondente crescita e diversificazione delle esportazione (Tavola 1).

Lo squilibrio commerciale è stato spiegato con la sopravvalutazione della moneta in un contesto di apertura unilaterale del commercio. Nella misura in cui il dollaro nordamericano diventava più forte si sopravvalutava la moneta, il che avveniva sia nelle produzioni agricole e zootecniche che in quelle industriali. Nel caso delle vendite di materie prime e di manufatti di origine agricola e zootecnica, si aggiungevano le difficoltà nelle coltivazioni e le epidemie - come la febbre AFTOSA - e la tendenza sfavorevole delle commodities internazionali. Nel settore industriale, le produzioni di beni intermedi e di capitale, che si erano sviluppate con il processo di sostituzione delle importazioni, si sono trovate di fronte ad una forte competizione dei beni importati.

Allo stesso modo ha inciso il tipo di investimenti instaurati durante la privatizzazione, che tendevano soprattutto al mercato interno invece di promuovere le esportazioni, il che ha reso praticamente invariata la struttura delle vendite estere, sia dei prodotti agricoli e zootecnici che di combustibile, mentre le manifatture, tanto quelle tessili quanto i prodotti dell’industria metalmeccanica, diminuivano la loro incidenza. Come eccezione, si mantennero le vendite dell’industria manifatturiera al mercato latinoamericano e al MERCOSUR.

Inoltre, come abbiamo detto, aumentava la propensione a importare, un effetto delle privatizzazioni, favorito dall’apertura commerciale e dalla riduzione del cambio. Di conseguenza, l’incidenza delle importazioni sul consumo apparente si quadruplicò passando dal 4,5% nel 1990 al 18,6% nel 1996. In queste circostanze, l’Argentina passò da un surplus commerciale del 6% del PIL, nel 1990 a un deficit del 7,7% nel 1996, compensato con entrate di capitali, in forma di crediti, introiti derivanti da privatizzazioni e collocazione del debito pubblico.

Vale la pena segnalare l’influenza del sistema bancario e finanziario nel passaggio da deficit a indebitamento. Influì l’alto grado di dollarizzazione dell’economia e la possibilità di accedere ai crediti e avere depositi in dollari; alla fine degli anni novanta, circa il 70% dei depositi e l’80% dei crediti erano in dollari. In periodi di crisi aumentavano solo i depositi in dollari [3]. Inoltre, le banche operavano in condizioni di facile accesso a linee di credito estero e con abbondanti depositi, il che si rifletteva sul finanziamento bancario. Nonostante la domanda fosse molto forte, i tassi di interesse e gli spreads bancari si mantenevano alti.

Nel 1994, come conseguenza dell’ “effetto tequila”, il sistema di convertibilità subì un duro colpo seguito dalla contrazione dei capitali e dal ritiro dei depositi. Da quel momento, fu chiaro che il Regime di Convertibilità, limitando l’espansione della base monetaria alla contropartita di disponibilità finanziaria (activos) estera, riduceva i compiti della Banca Centrale nella politica monetaria e le sue funzioni di prestito. In quel momento il paese riuscì ad uscire dalla crisi, grazie all’appoggio del FMI e delle banche straniere e grazie al fatto che i soggetti indebitati non liquidarono in maniera massiccia le loro posizioni (posiciones). Allo stesso tempo il governo modificava alcuni dei principi della cassa di conversione.

Senza dubbio, la crisi influì sulla riduzione del numero delle banche e degli enti non bancari, sulla concentrazione del sistema finanziario e sull’incremento nella partecipazione delle banche straniere. Questa situazione, in ultima istanza, facilitò tanto le entrate quanto le uscite di capitali dal paese. In realtà, le banche straniere risposero attivamente all’apertura e i risparmiatori locali accolsero con favore le loro garanzie, ma, all’arrivo della crisi, le banche straniere limitarono la propria esposizione nel paese.

 

L’aggravarsi della situazione a partire dal 1998-1999

Nella seconda metà del 1998 gli squilibri divennero più evidenti e nel 1999 li resero espliciti tutti gli indicatori (Tavole 3 e 4). È da notare che le entrate di capitali, in quell’anno, riflettono la vendita di quasi tutto il pacchetto azionario dell’impresa pubblica YPF alla spagnola Repsol, circa 15.000 milioni di dollari, una delle maggiori privatizzazioni del governo di Menem. Il processo di privatizzazione si era esaurito, erano state privatizzate l’elettricità, l’acqua, il gas, i telefoni, le compagnie aeree e le aree petrolifere (vedi Appendice) mentre, nel frattempo, cresceva la resistenza alle privatizzazioni.

L’indebitamento stava diventando insostenibile: il debito estero nel 1999 aveva raggiunto la cifra di 144.000 milioni di dollari, che rappresentava più della metà del PIL e gli interessi sul debito erano arrivati a 11.000 milioni di dollari. Nel 2000, il debito aveva superato i 200.000 milioni di dollari, di cui il 60% corrispondeva al settore pubblico non finanziario e alla Banca Centrale.

L’allora Ministro dell’Economia, José Luis Machinea - nominato recentemente Segretario della CEPAL - tentò di affrontare la situazione aumentando le imposte sui guadagni - per affrontare il deficit fiscale - e con una operazione di megascambio (megacanje) di titoli, denominata “blindaggio finanziario”, attraverso la quale il paese doveva ricevere fondi straordinari, circa 140,300 milioni, dal FMI, dalla Banca Mondiale, dal BID e da altre istituzioni ufficiali, pagando tassi d’interesse molto alti, circa il 16%. Con il “blindaggio” il debito estero aumentava, passando da creditori privati a creditori pubblici. Machinea rinunciò all’incarico tre mesi dopo, rimpiazzato per breve tempo da Ricardo Lopez Murphy, finché al ministero dell’Economia tornò nuovamente Domingo Cavallo.

In piena crisi, senza modificare lo schema di convertibilità, Cavallo cercò la soluzione affrontando il deficit fiscale con la promulgazione della Legge del Deficit Zero che aggravò ulteriormente le condizioni sociali a causa del congelamento o della diminuzione dei salari pubblici e delle pensioni. Per posporre il default negoziò con il FMI un prestito stand-by per 8.000 milioni di dollari e organizzò un’operazione chiamata Megacanje (megascambio), che prorogava i debiti del 2002 al 2005, in cambio di “prestiti garantiti” che ne aumentavano il valore nominale e il rendimento. Il debito continuava a crescere e le banche che parteciparono a questa operazione imposero commissioni scandalose.

Secondo molti studiosi, queste operazioni fornirono il tempo necessario per l’uscita dal paese di grandi capitali. Il Fondo concesse un prestito di emergenza, 21.000 milioni di dollari, che poi non concretizzò, facendo così precipitare la crisi. In quel momento, il grado di esposizione del sistema bancario nei confronti del settore pubblico era molto alto e il debito che si collocava nel mercato interno continuava a crescere, fino a che il settore finanziario interno decise volontariamente di sospendere il prestito allo Stato. In quel periodo, Cavallo diede il via un’altra operazione, di cosiddetto rifinanziamento forzato, con la quale offriva alle banche e ai fondi pensione (AFJP) titoli di Stato nuovi e garantiti dalle entrate fiscali.

La contrazione del finanziamento coincideva con l’aumento del “rischio paese”, fino a livelli tali che indicavano il timore di una cessazione dei pagamenti; esso coincideva inoltre con l’aumento della pressione sul mercato dei cambi, il che portò, a giugno di quell’anno, alla modifica del regime di cambio e il peso argentino passò dalla parità fissa con il dollaro a una parità fissa con un paniere di monete, ottenuta con una media ponderata tra dollaro ed euro, chiaramente per beneficiare della debole quotazione dell’euro; questa operazione fece svalutare la moneta dell’8%. Né questa svalutazione, né le intenzioni di aggiustamento fiscale riuscirono a frenare la fuga di capitali e alla fine del 2001 si erano “drenate” la metà delle riserve del paese. Si motivò l’applicazione di controlli di cambio e di restrizioni al ritiro di fondi dal sistema bancario, con il cosiddetto “corralito” (box).


Il corralito provocò gravi danni, tra i quali la rottura dei sistemi contrattuali e della catena delle riscossioni e dei pagamenti, oltre a portare alla svalutazione dei risparmi e all’aumento delle obbligazioni bancarie, pregiudicando così vasti settori della popolazione, soprattutto la classe media, che si ribellarono contro queste misure con i famosi “cacerolazos”.

Sia a Buenos Aires che nel resto del paese era un susseguirsi di manifestazioni, cacerolazos e blocchi stradali. Nei giorni 19 e 20 dicembre, la repressione fu particolarmente violenta, morirono due manifestanti, accelerando la rinuncia del Presidente Fernando de la Rùa, che giorni prima aveva allontanato Cavallo. Il paese attraversò una crisi di governabilità ed ebbe cinque presidenti provvisori in pochi giorni [4]. Uno di questi, Adolfo Rodriguez Saa, dichiarò la cessazione dei pagamenti del debito pubblico ed estero.

 

La situazione nel 2002

Si dice che l’economia argentina abbia toccato il fondo nel marzo del 2002, ma i dati del primo semestre riflettono un calo nella maggior parte delle attività e nel consumo. In una situazione di incertezza economica e politica, il PIL scendeva di un 20-22% e, anche se nella seconda metà dell’anno ci fu un certo recupero, nel 2002 si era tornati ai livelli di dieci anni prima e andò ancora peggio per quanto riguarda la domanda interna, il consumo, le importazioni e soprattutto gli investimenti.

All’inizio del 2002, la moneta venne svalutata ufficialmente e si fissò una doppia parità: in febbraio si abbandonò il doppio sistema di cambio e si decise per la fluttuazione della moneta. Come c’era d’aspettarsi, i prezzi aumentarono e ci fu una caduta del cambio, fino a stabilizzarsi intorno ai 3 pesos per 1 dollaro nordamericano. Questa situazione ebbe un impatto diretto sui salari e sulle pensioni, sulla domanda interna e su alcuni settori dipendenti dai grandi investimenti, favorì però molte produzioni agricole, zootecniche e industriali, che concise con un miglioramento dei prezzi a livello internazionale, con la riapertura di alcuni mercati alla carne argentina e con una raccolta record della soia, il che spiega la crescita delle esportazioni e il surplus commerciale.

Iniziò così un processo, che molti definiscono virtuoso, di aumento della competitività, della produzione e delle esportazioni, che fece aumentare le entrate fiscali che redistribuendosi andarono a mitigare la situazione generale. Ci fu un controllo più attento delle spese e dell’evasione fiscale.

3. La rinegoziazione del debito

Inoltre c’è il debito privato in default, che nel novembre 2003 si calcolava intorno ai 41.700 milioni, di cui il 76% in dollari nordamericani. Negli ultimi mesi un gruppo di importanti debitori ha portato avanti processi di ristrutturazione finanziaria con creditori e possessori di buoni. La maggior parte delle rinegoziazioni si fondano sul riacquisto dei debiti e sull’emissione di nuovi titoli. Ci sono anche state molte fusioni, acquisizioni e accordi extragiudiziari.

A. La rinegoziazione con organismi finanziari multilaterali. La negoziazione con il FMI

A partire dall’aprile 2003, l’Argentina ha iniziato la negoziazione con il FMI per rifinanziare i passivi multilaterali. L’Accordo, 21.000 milioni in 3 anni, non costituisce aumenti di fondi, però assicura al paese nuovi versamenti equivalenti alle quote di debito che man mano vengono liquidate. È quanto si è ottenuto, dopo difficili negoziazioni e contando sull’appoggio dei governi del Gruppo dei 7, in particolar modo degli Stati Uniti, che hanno posto questa modalità come condizione per la rinegoziazione del debito verso creditori privati. Dall’altra parte, gli organismi multilaterali ricevevano pressioni a causa del loro impegno verso l’Argentina, cosa che avrebbe potuto mettere a rischio il loro portafoglio di crediti e la sua classificazione.

Il 10 settembre 2003 èstata firmata la Carta d’intenti, che conferma un accordo “stand-by” per un periodo di 36 mesi e per un ammontare di circa 12.500 milioni di dollari. Anche la Banca Mondiale e il BID manterranno i loro livelli di credito (all’incirca 1.200 milioni). L’Argentina pagherà le obbligazioni e gli interessi addebitati. Nel Memorandum del Giudizio Tecnico e nel Memorandum di Politica Economica si stabiliscono “le mete indicative e i criteri di disimpegno strutturale”, tra cui il surplus fiscale primario del 2,5% del PIL per l’anno 2003 e del 3% per il 2004, “livelli sufficienti per coprire i pagamenti del debito e le obbligazioni che possano risultare dall’accordo”.

Il Fondo ha fatto pressione per un aggiustamento fiscale tra il 4,5% e il 5,5%; in questo caso è stato difficile negoziare un accordo per il quale, secondo quanto dichiarato dal Presidente Kirchner alla stampa “il governo valuterà i livelli di crescita, l’aumento dei posti di lavoro e gli obiettivi di uguaglianza sociale”. Più tardi, in un comunicato [5] rilasciato durante la visita di Luiz Ignazio Lula da Silva, si è insistito nel segnalare che “si realizzeranno gli impegni assunti, però a condizione di preservare la crescita economica e lo sviluppo sociale”.

L’accordo fissa anche “mete monetarie”, tra esse, il livello di espansione della base monetaria (10,5% nel IV trimestre del 2003 e 12,5% per il 204); l’inflazione a circa il 5-6% nel 2003 con un lieve aumento nel 2004; si prevede un aumento delle riserve del paese, da 14.000 milioni a fine del 2003 a 15.600 milioni nel 2004 e si stabiliscono impegni relativi alla banca pubblica, alle tariffe dei servizi pubblici e alla riforma del sistema di tassazione. Inoltre si conviene sul “rafforzamento del sistema bancario”, sulla modernizzazione delle banche Nazione e Provincia e sull’indennizzo di perdite causate da decisioni giudiziarie. L’importante è che si stabilisca che nel 2004 si rinegozierà il debito pubblico che è in default.

In Argentina c’è stato un certo consenso sulla gestione della negoziazione da parte del governo, ma l’Accordo ha ricevuto anche critiche sia da “destra” che da “sinistra”. È da segnalare che l’Accordo non significa entrata di denaro fresco e che chiede l’assunzione di importanti impegni, tra cui l’uso del surplus fiscale per il pagamento del debito. L’economista Claudio Lozano [6] indica che è positivo che l’Accordo non contenga impegni sulle riforme strutturali a lunga scadenza, però critica il fatto che non si sia tradotta in fatti la “corresponsabilità” del FMI nella crisi e, anzi, gli si offrano condizioni privilegiate rispetto a quelle offerte ai creditori privati. Per quanto riguarda il punto più dibattuto, il 3% di surplus fiscale, sia la Centrale dei Lavoratori dell’Argentina che altri analisti mettono in guardia sull’impatto che avrà sulla situazione sociale, visto che porterà ad un congelamento dei salari pubblici e delle pensioni e porrà un limite alle politiche di assistenza sociale.

B. La rinegoziazione del debito con i creditori privati

Nella proposta per la rinegoziazione con i creditori privati, il governo argentino enfatizza “il trattamento equo di tutti i creditori” e rifiuta le negoziazioni con chi è ricorso alla giustizia. Per quanto riguarda i termini della proposta, particolarmente importante è “lo sconto proposto del 75% del valore nominale (calcolato intorno a 65.287 milioni) e il non pagamento degli interessi accumulati nel 2001”. [7]

È stato proposto di sostituire le obbligazioni scadute con tre tipi di buoni: (A) un Buono “Pari” (in dollari o Euro), che mantiene il valore nominale del capitale con un taglio degli interessi e termini di pagamento più prolungati; (B) un Buono con “Sconto” (in dollari o euro) che diminuisce il valore nominale, dello sconto che si accorda e offre interessi maggiori e termini di pagamento a termine più breve di quelli del Buono Pari; (C) un Buono con capitalizzazione in Pesos e “legato” all’evoluzione del PIL, che sconta un interesse fisso più una parte variabile secondo la crescita dell’economia.

Sono poi state precisate le caratteristiche dei buoni; è stato eliminato il buono legato al corso dell’economia, apparentemente a causa dello scarso interesse e ora si propone:

• un buono “pari”, senza taglio del valore, con un termine da 20 a 42 anni e un tasso di interesse da 0,5% a 1,5%;

• un buono con sconto del 75%, termine entro gli 8 e i 32 anni e un tasso di interesse dall’1% al 5%;

• un buono “quasi pari” con taglio del 30%, un tasso da 1% a 26% e un termine da 20 a 42 anni.

Per l’Operazione della rinegazioziane si dovrebbe creare un comitato di banche, scelte tra quelle leaders non italiane nel mondo per quanto riguarda il collocamento del debito, che non includerà le banche beneficiate dal “megacambio”.

Reazione di fronte alla proposta argentina

Nonostante la valutazione del rischio-paese che già riconosceva la caduta dei titoli argentini, pare che i due elementi centrali della proposta governativa, cioè lo “sconto” del 75% e il mancato pagamento degli interessi accumulati, non siano stati ben recepiti dai possessori dei buoni.

Anche se non c’è nessuna controproposta ufficiale, si sa che un gruppo di banche d’investimento, statunitensi ed europee, in possesso di buoni del debito pubblico argentino, hanno messo a punto una controproposta che contempla: (i) uno sconto del 40% del valore nominale dei buoni; (ii) l’inclusione degli interessi accumulati (18.000 milioni di dollari) e realizzare poi un pagamento effettivo del 10%; (iii) rifinanziare, con un tasso del 2% annuo e a lungo termine, il capitale del debito residuo una volta applicato lo sconto. Era già stata annunciata un’altra richiesta, quella di includere nella rinegoziazione tutto il debito, alle stesse condizioni, sia per quanto riguarda i buoni BODEN [8] che gli organismi finanziari internazionali, ma la richiesta era stata ufficialmente respinta.

Come abbiamo detto, l’Argentina ha fissato una data limite per la rinegoziazione con i creditori privati; si sa anche che ci sono state citazioni in giudizio, momentaneamente sospese, soprattutto presso i tribunali degli Stati Uniti. Le posizioni, fino ad ora, sono molto distanti e il compromesso significherà un aumento del surplus fiscale destinato al debito, di cui un 3% addizionale già impegnato; in tutto questo, però, gli organismi finanziari e i creditori sostengono che l’Argentina ha risorse maggiori per poter far fronte ai pagamenti. È prevedibile che il 2004 sia l’anno decisivo per le negoziazioni.

4. Il pagamento del debito nelle attuali condizioni di recupero

A partire dal secondo semestre del 2002 è iniziato un recupero dell’economia argentina, che registra sette trimestri consecutivi di crescita, crescita che per il 2003 si prevede del 7% e del 5% per il 2004, superiore alla media latinoamericana e di altre economie, come il Brasile, che non registra nessuna crescita per il 2003 e una crescita del 3% nel 2004. In Argentina si prevede un’inflazione di circa il 7% e sono previsti inoltre aumenti dei salari e del consumo.

Le notizie economiche sono buone; tra l’altro, per quanto riguarda l’agricoltura, si prevedono raccolti record di soia e grano in una congiuntura di prezzi molto favorevole; nell’industria c’è un aumento della capacità produttiva e della mano d’opera impiegata. Inoltre, nel paese, si sono creati 600.000 posti di lavoro, in particolar modo nelle costruzioni e nell’industria. Si spera, poi, che le esportazioni crescano di un 15% e che il surplus commerciale arrivi, nel 2003, a 15.000 milioni di dollari. Tutte le proiezioni prevedono una grande crescita nel primo semestre del 2004, anche se alcuni ricercatori indicano che ci sarà una diminuzione di ritmo nel secondo semestre.

Indubbiamente il contesto politico è di maggiore governabilità e stabilità. L’attuale governo, che conta sull’appoggio della maggioranza della popolazione, sta portando avanti una dura lotta alla corruzione. Inoltre ha controllato l’inflazione, ha ristabilito la fiducia e si può affermare che le aspettative dei produttori, dei consumatori e degli investitori siano migliorate.

Ma non ci si può nascondere che l’Argentina si trova di fronte ad enormi sfide, in particolar modo a causa del deterioramento del paese sia in termini umani che materiali. Uno studio della Centrale dei Lavoratori ne indica la gravità e segnala che la crescita prevista del 4% medio annuo tra il 2004 e il 2007 porterà il prodotto e il consumo nel 2007 ai livelli del 1998. Altre analisi mostrano che il pro capite sarà inferiore del 14% rispetto a quello del 1998 [9] e arriverà a 3.700 dollari. Nel 1999 era di 8.150.

Anche l’indice di disoccupazione dimostra la gravità della crisi; è stato stimato che, se il paese avrà una crescita superiore al 6%, l’indice di disoccupazione scenderà del 10% nel 2010 [10]. Anche se la disoccupazione si è ridotta, la precarietà dell’impiego rimane forte, con un’alta percentuale di posti di lavoro “informali” e a bassa produttività. Si è ridotta inoltre la partecipazione dei salariati nel prodotto.

Persistono, poi, gli squilibri strutturali. Per esempio è forte la propensione a importare, mentre le esportazioni continuano a concentrarsi in un gruppo di commodities e i prodotti industriali crescono poco o addirittura decrescono. Ci si deve anche aspettare che il deficit del conto capitale aumenti una volta che iniziano i pagamenti del debito pubblico e privato in default. Il deficit fiscale sembrerebbe controllato, visto l’aumento delle riscossioni [11] e la diminuzione della spesa pubblica, è però molto forte la pressione delle spese sociali e probabilmente aumenterà la percentuale destinata al pagamento del debito.

Fino a questo momento, la domanda interna e le esportazioni sono stati i “motori del recupero”, ma c’è la necessità di aumentare gli investimenti e il credito. Di fatto, quest’anno gli investimenti di capitale privato sono cresciuti del 40%, però la mobilità del risparmio interno è limitata dalla debolezza del mercato finanziario e bancario. Secondo i dati della Banca Centrale, c’è un aumento dei depositi e le banche hanno eccedenze di contanti, ma non c’è domanda di crediti, situazione questa che indica il pessimismo sulle prospettive del Paese e la sfiducia nel sistema finanziario e bancario.

Studi sul settore agricolo, che è cresciuto senza ricorrere al credito bancario e al settore industriale ed ha contato sulla capacità inattiva (ociosa) di circa il 30%, indicano le improrogabili necessità finanziarie sia per quanto riguarda il capitale da destinare al lavoro che alle attrezzature oltre alla necessità di sviluppare le infrastrutture e la tecnologia. Ci si affida agli investimenti pubblici, nel preventivo del 2004 è previsto un aumento del 22,8%, però si deve assicurare anche l’investimento straniero e l’accesso ai mercati di capitale. Vale la pena segnalare, come elemento favorevole, l’espansione di alcuni gruppi importanti: Repsol YPF ha annunciato investimenti per 5,7000 milioni di dollari in cinque anni; Telefonica per 2000 milioni di pesos nel 2003 e PETROBRAS per altri 1600 milioni fino al 2005.

Uno dei punti più critici, per l’Argentina, è quello che riguarda il debito sociale. In un paese che per decenni era stato un esempio, in America Latina, di società socialmente integrata, con pieno impiego, distribuzione relativamente equa delle entrate e mobilità sociale ascendente, le politiche neoliberiste, applicate dalla dittatura militare negli anni ’70 e inasprite ulteriormente negli anni ’90, hanno danneggiato le condizioni di vita di molti strati della popolazione. La crescita degli anni ’90 non ha significato un aumento del livello di vita della maggior parte della popolazione, come ha segnalato recentemente il Presidente Nestor Kirchner: “non si deve festeggiare una crescita che ha il suo fondamento sulle sofferenze subite da tutti gli argentini”.

Il tema su cui soffermarsi è che non basta crescere, è importante come si cresce, per far fronte a quanto è stato causato negli anni passati. Senza dubbio, una delle sfide più grandi che deve affrontare l’attuale amministrazione è la necessità di costruire un nuovo modello di ridistribuzione, che aiuti a risolvere i problemi del lavoro e dell’insufficiente rete di sicurezza sociale. Ci sono poi i problemi che riguardano gli investimenti e i finanziamenti, le incertezze della restrizione (restricción) estera, con un commercio molto concentrato e il peso dell’indebitamento.

Nonostante ciò, questo ciclo di recupero ha mostrato alcune opportunità, tra le quali quelle risultate dall’aumento della competitività dei settori agricolo-zootecnico e agroindustriale, all’interno di una congiuntura favorevole dei prodotti da esportazione, che pare mantenersi viste le prospettive di crescita di Stati Uniti, Unione Europea e America Latina. Non si può perdere di vista il fatto che l’Argentina è un paese molto ricco di risorse naturali e umane, con eccedenze alimentari e nel campo dell’energia e con molte potenzialità ancora da esplorare. L’agricoltura argentina è stata per anni la più moderna e competitiva dell’America Latina, le sue terre sono tra le più fertili del mondo, si stima che la produzione agricola possa aumentare in modo significativo. Anche se indubbiamente il paese ha subito un forte processo di deindustrializzazione, con una caduta del livello sia materiale che umano (soprattutto per quanto riguarda la capacità tecnologica e scientifica), applicando altri tipi di politiche, si potrebbero porre le basi per un tipo di industrializzazione che si fondi sulle ricchezze materiali ed umane del paese.

 

 

 

Bibliografia

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Pagina web del Ministerio de Economía de la Argentina.


[1] «Citado Diario», p. 12, 13 settembre 2003.

[2] Aldo Ferrer a proposito dell’Accordo dell’Argentina con il FMI del gennaio 2003.

[3] Fanelli J.M. Il sistema finanziario argentino: le crisi e le sfide. Pubblicato in Perché è successo? Le cause economiche della recente crisi argentina. Secolo XXI Argentina. Cenit. 2003

[4] Dopo la rinuncia di De la Rùa, il 23 di dicembre assunsero la presidenza Ramon Puerta, per tre giorni, Adolfo Rodriguez Saa, per otto giorni, Eduardo Caamano, per un giorno e, il primo di gennaio Eduardo Duhalde, fino a maggio 2003.

[5] Consenso di Buenos Aires.

[6] Claudio Lozano, Una questione di fondo, Diario, 20-09-2003, p. 12.

[7] Principalmente in fondi di pensione.

[8] MODEM 2008. Emissione nazionale più recente.

[9] Citato da Alfredo Zaiat. “Attenti all’amore cieco” Pag. 12. 12.10.2003.

[10] Ernesto Kritz. IREAL, citato CNN 19.12.2003.

[11] La RECAUDACION nel gennaio-ottobre del 2003 è del 45% superiore a quella dello stesso periodo del 2002.